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Ci si può ancora ammalare di peste?

pesteLa peste è una patologia causata da un batterio, lo Yersinia pestis, che è simile allo Yersinia enterocolitica, che è in grado di causare episodi simili a quello della gastroenterite.

Si tratta però, e chi ha studiato anche solo di sfuggita la storia lo sa, di due patologie molto diverse, con la prima che, al contrario di quello che si potrebbe pensare, è ancora una malattia in grado di colpire l’essere umano.

Casi comunque estremamente rari

I nuovi casi di peste si aggirano intorno ai 1500/2000 per anno e sono quasi tutti concentrati nel continente africano, con circa 200 –300 casi l’anno che continuano a presentarsi in Nord America.

Secondo quanto prescritto dai regolamenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni caso reale o sospetto di peste deve essere prontamente comunicato a tutte le autorità sanitarie internazionali.

Tra le aree più colpite troviamo Africa, Asia Orientale, con alcuni focolai che piuttosto raramente si riscaldano nelle zone caucasiche dell’Eurasia e del Nord America.

Come agisce il batterio e come avviene il contagio?

Sebbene sia un batterio che abbia seminato morte e distruzione nel mondo per millenni, fu soltanto nel 1894 che fu isolato, per opera di un medico svizzero, durante una delle ultime epidemie che si abbatté su Hong Kong. Yersin, il nome del medico, verrà dato anche al bacillo.

Il contagio moderno avviene tendenzialmente attraverso il morso o comunque il contatto con animali infetti, che nel grosso dei casi sono scoiattoli, cani della prateria, marmotte e chipmunks.

Si tratta dunque di una patologia che ormai è completamente confinata alle zone più rurali e remote.

Ma si può davvero curare?

Sì, la peste viene oggi curata molto facilmente con il ricorso ad alcune classi di antibiotici, tra cui streptomicina, gentamicina, doxicliclina e cloramfenicolo. Si può anche procedere con vaccino, che però ha una vita molto breve e che dunque viene in genere somministrato soltanto in caso di contagio atteso, ovvero quando si scatenano dei focolai secondari urbani, che sono comunque estremamente rari.

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